Oggettività, imparzialità e verità. Questi sono i tre principi da cui un giornalista non può prescindere, il cui fine è quello di raccontare fatti.

I fatti, però, possono essere anche storie che, nell’ambito del brand journalism, hanno come centro focale il marchio, ovvero l’azienda, e il potenziale o reale cliente come lettore.

Come si conciliano, allora, le due cose?

Semplice, l’obiettivo del giornalista d’impresa non è vendere (o essere ingannevole) ma informare, intrattenere e invitare il pubblico a conoscere o fare qualcosa.

Il giornalista d’impresa, infatti, non è un content manager che, invece, ha come fine che il proprio post susciti l’interesse del lettore così da spronarlo a comprare il bene o il servizio raccontato; ma si occupa di raccontare storie legate o correlate all’azienda in modo tale da promuoverne la notorietà (brand awareness).

Una differenza non da poco, perché il giornalista deve, comunque, tenere un comportamento deontologico corretto: il lettore non va ‘tradito’ e deve perseguire la verità sostanziale dei fatti.

In poche parole, il brand journalism non è uno strumento pubblicitario ma una delle tante branche del giornalismo.

Così come, infatti, esiste il giornalista sportivo, economico, ecc., oggi c’è anche il giornalista d’impresa.